to-be-or-not-to-be1

Aggiungo la mia goccia ai  fiumi di parole dedicati ai social media, in particolare a facebook, su come bisogna comportarsi, cosa dire e cosa non dire.

Anche io non mi sono sottratta al prurito delle dita e ho scritto di usi e abusi di facebook e di social netiquette; ho pubblicato sui social i miei post al sapore di cinismo, sarcasmo e stizza, a volte con tono ironico e a volte no.

Dopo tanti anni di frequentazione della piazza, cosiddetta virtuale, dopo svariati corsi di formazione e seminari  per social media marketing, dopo avere trascorso ore a leggere i blog dei guru italiani e americani, a stare sempre sul pezzo per non perdere di vista le novità, mi sorge spontaneo chiedermi se sto riuscendo ad evitare di trasformare l’esperienza in saccenza.

I social media sono dei bar giganteschi che si affacciano sulla piazza del mercato.
Dentro ai bar ci sono i profili, le persone che parlano di tutto un po’. Entrano ed escono, incontrano gli amici, i conoscenti, gli sconosciuti e chiacchierano dei più svariati argomenti.
Qualcuno parla sottovoce, qualcuno urla, qualcuno dice fesserie, qualcuno diffonde leggende che, a furia di essere raccontate, qualcun altro prende per buone.

Fuori dai bar c’è la piazza del mercato dove ci sono le pagine, le aziende e tutte quelle realtà che usano facebook come vetrina, che cercano di capire in quale bar si fermano i suoi potenziali clienti e lavorano per posizionarsi lì attorno, per essere visti.

E poi ci sono i social media addicted, quelli famosi e quelli sconosciuti, quelli che, sulla carta, hanno esperienza e aiutano le aziende ad ottenere sui social la visibilità necessaria a incrementare i fatturati.

Ed ecco che, quando un cliente arriva da me, vivo nel terrore che la saccenza sovrasti l’esperienza; perchè il cliente, in genere, oltre alla pagina aziendale ha il profilo personale e, da brava socialmediacosa, è facile che mi ritrovi a salire in cattedra per dire alle persone cosa devono e non devono scrivere sul profilo personale, quale tono di voce tenere, quando parlare e quando tacere, cosa è giusto condividere e cosa no.
E poi parte la raffica delle raccomandazioni: solo cose positive, astieniti dagli argomenti controversi, mi raccomando l’atteggiamento… sei un imprenditore.

Riflettendo su questi argomenti, sono ritornata con la memoria indietro negli anni, a quando lavoravo solo nella comunicazione offline.
Il cliente veniva da me, esponeva il suo progetto, mi chiedeva di progettare campagne promozionali più o meno mirate a realizzare obiettivi, decidevamo il budget, i tempi, i modi, mi pagava e stop.
Io mi occupavo al meglio del lavoro assegnatomi, incassavo la fattura e stop.

Mai e poi mai mi sarei sognata di seguirlo al bar o nel suo ufficio per correggere i suoi atteggiamenti politici, religiosi, sportivi, sessuali o alimentari.
Lui, dal canto suo, stando in giro o in ufficio per business, cercava di fare attenzione prima di esprimere idee forti, si guardava intorno con cautela ed apriva ideali e cuore solo dopo avere rigorosamente sondato il terreno.

A questo punto, l’intelligenza mi suggerisce di lavorare per incrementare l’esperienza e di lasciare la saccenza al suo posto cercando di dare una risposta di natura professionale alla inevitabile domanda: le ideologie politiche, religiose, sessuali, alimentari, sportive, vanno esternate o è meglio tacere per non nuocere al business?

Sono andata a leggermi tutti i blog dei guru che, a tratti parlano all’unisono, a tratti smentiscono all’unisono e, in genere, analizzano episodi singoli e/o situazioni particolari.

Ma se è vero, e lo è, che ogni persona e ogni azienda hanno una storia unica e che il successo o il fallimento di un’operazione è determinato dall’insieme di infiniti fattori (l’attività social è parte integrante di una strategia d’impresa ma non è l’unico fattore) è altrettanto vero che il cliente arriva da me, chiede una consulenza e vuole che io sappia rispondere alla domanda di cui sopra.

Allora mi sono tuffata nei profili delle persone.
Da quelle a me care, ai conoscenti, agli emeriti sconosciuti e ho cercato di cogliere quante più sfumature possibili sugli utenti di facebook.

Ho analizzato molti profili e inizialmente li ho voluti suddividere in categorie:

  • studenti, lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati
  • uomini e donne senza tenere conto di età e professione
  • poi ho cercato di fare una suddivisione per età che non tenesse conto della professione
  • poi ho cercato di suddividere le persone per interessi cercando di trovare un nesso tra i contenuti pubblicati e i like lasciati sulle altre pagine

Poi sono impazzita e ho capito che il lavoro di social media analytics assomiglia a quello di un investigatore privato.

L’unica conclusione a cui sono giunta è che è vero tutto e il contrario di tutto.
Perchè ho incrociato atteggiamenti inaspettati da persone che conosco nella vita vera e, se mi spiazzano quelli che conosco, sarà difficile che io possa prendere per buono o scientifico tutto quello che affermano coloro che non conosco.

E allora la risposta me l’ero già data prima di perdere tutto quel tempo: io non lo so, non ho la sfera magica o, semplicemente, non sono nata per fare il guru che ha sempre una risposta a tutto.

Ho abbandonato la ricerca forsennata di una risposta idonea a diventare una regola e sono giunta all’unica conclusione che trovo sensata: con la rivoluzione del web e dei social, il personale si è inevitabilmente mischiato con il professionale.
Il cliente non sceglie più solo un prodotto o un servizio, sceglie una persona.
E i social media danno al cliente la possibilità di scegliere anche in funzione dell’empatia e dei valori comuni.

Per vedere il bicchiere mezzo pieno, posso concludere dicendo che possiamo scegliere da chi farci scegliere.

Debora Pignatari

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Opero nel settore della grafica pubblicitaria dal 1999 fornendo una consulenza aziendale che inizia con il progetto grafico ed arriva al prodotto/mezzo di comunicazione finito. Ho iniziato ad usare i social media per diletto ed ho colto il Web 2.0 come opportunità e naturale evoluzione della mia professione.